ALTERNANZA SCUOLA LAVORO?

RIMANDATA A SETTEMBRE

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito, attraverso l’attuazione della legge 107/2015, ad alcuni cambiamenti nella vita scolastica di noi studenti: cambiamenti che hanno mutato quella che è per noi lo svolgimento della vita scolastica e l’organizzazione del nostro tempo. Con l’introduzione dell’obbligatorietà dell’alternanza scuola lavoro negli istituti tecnici e professionali (400 ore) e nei licei (200 ore), si è provato a costruire un nuovo modello che andasse a soddisfare la necessità di un maggior raccordo tra istituzioni scolastiche e mondo del lavoro, facendo divenire quella che era una pratica che interessava meno di 273.000 studenti uno strumento che ambisce a coinvolgerne più di un milione e mezzo.

Non possiamo dire però che il piano operativo di estensione dell’ASL a tutti gli studenti dei trienni sia stato graduale e ben costruito.

Se l’alternanza prima era composta principalmente da progetti pilota e percorsi consolidati, oggi invece ci troviamo davanti a progetti di tutti i tipi, spesso incoerenti o raffazzonati.

Senza un dialogo sociale strutturato che possa permettere uno sviluppo adeguato  dei progetti e senza un’attenta valutazione di quelle che sono le specificità territoriali e della storia delle singole istituzioni scolastiche, molte scuole – che prima dell’attuazione della legge non praticavano l’alternanza – si sono trovate prive di strumenti adatti, nella più totale incapacità di mettere a punto progetti formativi in linea con i percorsi didattici, finendo dunque a rispondere unicamente all’obbligo ministeriale dello svolgimento delle ore previste, accettando indiscriminatamente buona parte delle proposte provenienti dall’esterno, senza la capacità di valutare e monitorare la qualità dei percorsi.

Tutto questo sta lasciando inevitabilmente ampio spazio alla crescita di esperienze di cattiva alternanza dove gli obiettivi formativi vengono accantonati in virtù dell’adempimento di un obbligo ministeriale.

E’ in questo contesto che abbiamo deciso di realizzare nell’anno scolastico 2016/17 un’indagine sullo stato e sulla percezione da parte degli studenti dell’alternanza scuola lavoro nel paese.

A partire da Gennaio 2017 abbiamo somministrato circa più di 4000 questionari a studenti di 4° superiore di tutta Italia, andando a intercettare quei soggetti che dovevano aver già svolto almeno un anno di ASL. I dati che in seguito illustreremo si basano su un campione di giudizio rispetto alla totalità della popolazione studentesca del paese che, sebbene non rappresentativo, risulta solido dal punto di vista della copertura. Rispetta, infatti, la tripartizione tra istituti professionali, Istituti tecnici e Licei, nel nostro caso così suddivisi: 17,6% professionali, 26,7% tecnici e 55,7% licei, abbastanza in linea con la suddivisione nazionale per tipologia di scuola fornita dai dati MIUR.

Nel nostro campione, inoltre, sono sufficientemente rappresentati gli studenti provenienti dalle le diverse macro aree geografiche, fatta eccezione per quelli del meridione, che nella nostra indagine figurano come l’11,4% a fronte di un 39,7% reale. Alla luce di ciò il nostro studio potrebbe mostrare alcune distorsioni della percezione, probabilmente, verso l’alto: essendo le scuole del sud del paese, come noto, maggiormente in difficoltà nel contattare soprattutto strutture ospitanti del mondo imprenditoriale; aver raggiunto meno studenti al sud potrebbe tendere a restituire una percezione dell’alternanza più spostata verso la positività.

Diamo una valutazione oggettiva: rimandata a settembre.

Uno degli obiettivi centrali della nostra indagine è stato di verificare se sia diffusa una valutazione complessiva di giudizio sull’alternanza scuola lavoro. Ovviamente dal punto di vista di coloro che la vivono nel quotidiano, di coloro per cui dovrebbe essere efficace nello sviluppo di competenze e acquisizione di conoscenze. Quello che emerge dello studio è che non c’è una valutazione unanime, ma due giudizi abbastanza polarizzati. Abbiamo chiesto agli studenti intervistati di esprimere un giudizio su una scala da 1 a 5 rispetto a quelle che crediamo siano alcune caratteristiche che i percorsi di alternanza portano con sé. Il risultato è che se da una parte c’è quasi uno studente su due che valuta il proprio percorso di alternanza come positivo, coerente con il proprio percorso di studi, utile alla propria formazione e anche all’orientamento al lavoro, dall’altra c’è anche uno studente su tre che lo giudica pesantemente negativo, poco formativo e  per nulla coerente.

Questo ci permette di dire una prima cosa importante: il sistema non sta rigettando lo strumento. L’alternanza obbligatoria ha delle potenzialità da esprimere nel cambiamento della didattica nelle nostre scuole. Ma il percorso con cui si è arrivati a ciò ha creato disparità e anche risentimento e se ci sono realtà che hanno saputo dare risposte positive, ne restano una parte assolutamente non trascurabile molto problematiche: è necessario mettere in campo nuovi strumenti e pratiche per andare a riformare e ripensare tutti quei percorsi che ad oggi si trovano al di fuori di quegli standard che li rendono attrattivi e utili per gli studenti, percorsi che decisamente non costituiscono una parte irrisoria, ma circa il 33% del totale. Come ci siamo sentiti dire durante alcuni colloqui con gli insegnanti: “ci sono le potenzialità ma non si applica”; ecco l’alternanza in deve ancora fare quel salto in avanti per poter essere promossa.

Una pratica a due velocità. Alternanza al liceo, un modello da ripensare

Per capire meglio se a quelle valutazioni sull’alternanza corrispondessero gruppi con caratteristiche comportamentali comuni, abbiamo applicato ai dati raccolti una metodologia di cluster analysis ed è emerso che esistono due gruppi abbastanza omogenei tra loro e numericamente abbastanza simili che raccontano due modelli di alternanza contrapposti.

La cluster analysis è una tecnica di elaborazione dei dati finalizzata a creare gruppi di soggetti ‘simili’ sulla base di caratteristiche che si ritengono rilevanti ai fini dello studio. Nel caso di questa ricerca è utilizzata per cercare gruppi di studenti che condividono determinate caratteristiche come il frequentare un certo tipo di scuola, aver avuto determinate esperienze di alternanza, rispetto alle quali si possono avere atteggiamenti più o meno positivi/negativi.

Il primo gruppo (nella tabella in giallo) è composto principalmente dagli studenti dei tecnici e professionali, include infatti il 98,5% degli studenti dei professionali, il 93,1% dei tecnici e il 9,3% dei licei intervistati. Mentre il secondo (nella tabella in rosso) è composto dal 90,7% dei liceali, mentre comprende quote marginali di studenti dei tecnici (6,9%) e dei professionali (1,5%).

I due gruppi si differenziano infatti pesantemente nelle scelte di valutazione dell’alternanza: il primo gruppo dà una valutazione abbastanza alta (in media 4 punti su 5) sia rispetto alla coerenza del percorso svolto, che all’utilità, che all’orientamento al lavoro, a testimonianza della percezione di una reale formatività del percorso che questi studenti si sono trovati a svolgere, in linea con le proprie aspettative probabilmente. Dal momento che il gruppo appartiene per lo più al mondo dell’istruzione tecnica e professionale, possiamo immaginare che tra loro ci siano molti studenti di scuole con percorsi di alternanza attivi già prima della 107 o che comunque appartengono a scuole che sono riuscite a mettere in atto modelli funzionanti e così premiati dagli studenti, magari perché sono riuscite a sviluppare efficaci partenariati con le realtà più attive sui loro territori. Dall’altra parte, invece, il secondo cluster è molto critico sui percorsi che ha svolto, assegnando alle medesime domande punteggi bassi, sotto la sufficienza (in media 2,5 su 5): questo ce lo spieghiamo con il fatto che la maggioranza degli studenti del cluster vengono da licei, nei quali, spesso, l’approccio da parte delle scuole all’alternanza è stato insufficiente. Ciò avviene probabilmente perché nei licei non viene ancora del tutto percepita l’importanza dello sviluppo  delle competenze trasversali, mentre è ancora molto diffuso un modello di apprendimento tradizionale che tende a relegare l’alternanza ad attività marginali scarsamente calate all’interno delle attività didattiche curricolari.

Questa conferma l’abbiamo se andiamo a confrontare i due cluster sul tipo di percorso svolto. Risultano infatti di gran lunga maggiori i percorsi di solo lavoro svolti dal cluster due 59,5% contro il 40,5% svolto dal cluster uno. A differenza di quello che ci si aspetterebbe, sono proprio gli studenti dei licei che a grande maggioranza si trovano a svolgere attività diretta in ambito lavorativo, senza aver prima fatto tutte le attività propedeutiche necessarie.

Un’ulteriore conferma arriva se andiamo a vedere la distribuzione delle attività di alternanza all’interno dell’orario curricolare. Notiamo, infatti, come i due cluster si polarizzino su due risposte opposte: se da una parte il cluster contenente tecnici e professionali in grande maggioranza fa alternanza all’interno dell’orario curricolare, a fare alternanza al di fuori, nel pomeriggio, le domeniche, durante le vacanze o in estate sono gli studenti liceali, dove l’alternanza viene volutamente posizionata “all’esterno”, a dimostrazione del fenomeno di rigetto dal mondo liceale, che vuole rimarcare la profonda distanza tra didattica scolastica e i percorsi esterni.

La capacità di progettare e co-progettare percorsi di alternanza all’interno delle scuole dipende certamente anche dalla formazione dei tutor scolastici e dei sistemi di cui si dota la scuola per fare buona alternanza. Ma anche qui il dato che emerge è di forte contrapposizione. Il cluster dei tecnici e professionali trova un numero molto alto di docenti preparati appositamente per gestire questi percorsi, nel 69% dei casi a fronte del 31% del cluster composto per la quasi totalità da studenti dei licei, cluster in cui invece prevalgono coloro che hanno docenti selezionati in modo casuale oppure senza il tutor. Tutto questo a fronte di una situazione generale che vede il 45% degli intervistati con un tutor docente con competenze specifiche, il 41% con insegnanti scelti casualmente e il 5% senza tutor scolastico, a dimostrazione che c’è un problema a monte anche di formazione degli insegnanti in questo tipo di scuole.  

La discrepanza nei modelli è visibile anche nella scelta dei soggetti ospitanti e nella loro capacità formativa. Infatti al di là delle valutazioni generali sulla capacità formativa delle imprese e del settore pubblico nel nostro paese, che tratteremo più avanti, si nota come la grande maggioranza degli studenti che non sono stati seguiti da alcun tutor del soggetto ospitante (che sono sul campione complessivo degli intervistati il 15,4%) sono di provenienza liceale, il 62,2% per la precisione. Tutto ciò dovrebbe spingerci ad un’ulteriore riflessione sulle politiche da attivare per rendere universalmente l’alternanza una pratica positiva per tutti gli studenti del paese, ampliando anche il raggio del dibattito e rimettendo al centro una discussione critica sui modelli e gli obiettivi formativi che il sistema di istruzione in Italia deve adottare.

Il dato critico dell’alternanza all’interno del sistema liceale dovrebbe spingerci ad aprire una riflessione su quali politiche mettere in campo per raddrizzare la situazione che non possiamo di certo definire positiva.

La scuola risponde, il mondo del lavoro è indietro

Un dato centrale nella nostra indagine è quello sulla capacità di risposta delle scuole e dei soggetti ospitanti. Quello che emerge confrontando le tabelle sulla presenza del tutor scolastico e aziendale è che c’è una migliore risposta da parte delle strutture scolastiche, malgrado la condizione in cui sono state messe: quasi 1 studente su 2 è stato adeguatamente seguito dalla scuola, contro 1 studente su 4 che è stato adeguatamente seguito dal soggetto ospitante.

Il fatto che il sistema scolastico abbia risposto ai cambiamenti meglio del mondo del lavoro non deve però generare piena soddisfazione: come detto, sono infatti il 41,2% degli studenti a ricordarci che il loro tutor interno è stato scelto casualmente senza aver ricevuto prima un’adeguata preparazione; a questi si aggiunge un 5% che non ha proprio avuto un tutor scolastico. Per queste ragioni è fondamentale una discussione sulle competenze che devono acquisire i tutor scolastici per poter ricoprire quel ruolo e su come queste competenze devono venire certificate. Ugualmente importante sarebbe un investimento sulla formazione dei docenti, in modo tale che questi ultimi possano contribuire con delle competenze acquisite a un corretto svolgimento e monitoraggio dell’esperienza dello studente.

Diversamente dal sistema scolastico, il mondo del lavoro, pubblico e privato, ha forti difficoltà a formare, non tanto gli studenti in alternanza, quanto in primis i propri lavoratori. Infatti il dato sensibile che emerge dall’indagine è che solo il 25% degli studenti è stato seguito da un dipendente con delega specifica, mentre sono il 33% quelli che avevano come tutor aziendale un dipendente con altre mansioni (principalmente negli enti pubblici e nei musei, dove circa il 40% degli studenti che hanno fatto alternanza in questi contesti si è trovato in questa condizione); il 24,6%  aveva lo stesso datore di lavoro, che se da una parte può essere comprensibile dato il gran numero di piccole e micro imprese (già emerso con il monitoraggio a cura di FDV dello scorso anno) o all’interno degli ordini professionali, dall’altra è campanello d’allarme di un sistema che, ad oggi, non ha gli strumenti per essere garante di un’adeguata formazione all’interno del luogo di lavoro. Ci sono poi anche un 15,4% di studenti completamente lasciati a se stessi, privi di una qualsivoglia guida, spalmati più o meno nella stessa maniera tra i diversi soggetti ospitanti.

Una particolare attenzione dobbiamo infatti darla a quel gran numero di tutor aziendali che si sovrappongono con il datore di lavoro, se a livello di grandi imprese esistono certamente dei modelli positivi di alternanza scuola lavoro, questo non ci deve spingere a dire che lo siano tutti, il dato importante è che le grandi imprese sono una parte limitata sia del tessuto produttivo del nostro paese, sia dei luoghi che ospitano l’alternanza. Basti pensare all’operazione mediatica attuata dal MIUR l’anno scorso dove si provava a raccontare l’alternanza attraverso 26 (controlla il dato) soggetti che complessivamente riuscivano ad ospitare a malapena 27.000 studenti sui 1.500.000 che devono fare alternanza nel nostro paese. A prescindere dalle valutazioni su singoli percorsi più o meno positivi, quel modello non era rappresentativo rispetto alla realtà dei soggetti ospitanti sui quali vanno fatte accurate riflessioni. Come si mette nelle condizioni un mondo di piccole e micro imprese di trasmettere le conoscenze di cui sono detentori senza rischiare di fermare il loro lavoro, senza far vivere i piccoli imprenditori nella paura di favorire la concorrenza, senza riuscire a garantire standard di tutela e attenzione al percorso degli studenti? Ecco, su questo crediamo che vada aperta al più presto una riflessione, sulla capacità formativa di tutto quel mondo.

 

Il diritto alla personalizzazione, questo sconosciuto

Le FAQ pubblicate dal MIUR lo scorso 25 ottobre sintetizzano molto bene un punto che dovrebbe essere centrale nei percorsi di alternanza scuola lavoro, ovvero l’adattamento dei progetti alle abilità e agli interessi del singolo studente, sancendo l’entrata dell’alternanza all’interno dei curriculum degli studenti. Questo punto, che riteniamo importante per definire positivo un percorso di alternanza, presuppone una capacità organizzativa della scuola non scontata per i modi e i tempi in cui è stata attuata la riforma.

È fondamentale che le scuole assumano la capacità di progettare e programmare le attività di alternanza anche in base alle attitudini e agli interessi dei singoli studenti. La scuola può  dire di guardare avanti solo a patto che si ponga degli interrogativi su come seguire e valorizzare le diverse inclinazioni degli studenti, al fine di diventare capace di andare oltre la tradizionale classificazione dei saperi in competenze di serie A e di serie B, e al fine di mettere al centro gli studenti in quanto persone, la loro crescita e la loro realizzazione. Su questo campo il dato che emerge è abbastanza preoccupante: infatti quasi 1 studente su 2 ritiene che il proprio percorso non sia stato tarato sui propri interessi e capacità. La maggioranza degli studenti liceali si trova in questo primo gruppo, il 60,7%, a suggerirci ancora una volta come spesso l’obiettivo sia più collocare gli studenti piuttosto che garantire l’acquisizione di competenze legate alle singole attitudini. A questo dato si deve andare a sommare anche quel 26,2% che comunque non considera il percorso sufficientemente personalizzato.

A giudicare il proprio percorso di alternanza come definito sulle proprie attitudini e capace di rispondere ai propri bisogni è solo il 27,1% degli studenti intervistati, i quali, frequentano principalmente istituti tecnici e professionali (rispettivamente il 34,5% e il 45,7% dei due gruppi). Questo dato ci fa pensare che probabilmente questi due gruppi provengono da quegli istituti che, praticando da anni l’alternanza, hanno già sviluppato una particolare attenzione e cura verso i percorsi.

Zero costi per le assicurazioni, ma l’alternanza non è gratuita!

Un dato sicuramente positivo e rassicurante è invece quello legato alle spese di assicurazione che gli studenti devono sostenere durante l’alternanza. Dall’indagine emerge infatti che sul fronte assicurativo gli studenti che devono sostenere dei costi sono residuali rispetto agli studenti intervistati, infatti sono solo il 3,7% del totale, contro il 96,3 % che invece non ne deve sostenere perché coperti dall’accordo MIUR INAIL che evidentemente sta funzionando.

Meno positive sono quelle sul fronte dei costi da sostenere per raggiungere le strutture ospitanti, infatti a sostenere spese è il 32,3% degli studenti intervistati e il costo medio a studente è di 72 euro. Per quanto limitati dei costi aggiuntivi ci sono: la gratuità dell’istruzione è un valore, e in quanto tale va perseguita anche quando l’istruzione non rientra nei classici schemi di didattica frontale.

Diventano importantissime, a questo punto, forme di raccordo tra scuole, istituzioni e soggetti coinvolti che possano stabilire da dove recuperare i fondi per garantire che nessuno studente debba sostenere economicamente la propria alternanza.

Scuola, Studio, Alternanza: serve una revisione del tempo della scuola.

L’introduzione dell’alternanza scuola lavoro ha cambiato la scansione oraria della giornata di molti studenti. L’ha cambiato perché con percorsi di alternanza svolti per la maggior parte dei casi al di fuori dell’orario scolastico è diventato sempre più difficile trovare il tempo per tutta una serie di attività che prima si facevano, dallo sport alle attività di volontariato, dai “lavoretti” nel week end alle uscite con gli amici.

Possiamo dire che il fatto che sia avvenuto questo cambiamento è dimostrato dalla nostra indagine: il dato preoccupante che emerge è che uno studente su due finisce per fare alternanza fuori dall’orario scolastico, dovendo quindi rinunciare ad altre attività. Questo avviene a fronte di solo un 16,1% che pratica ASL interamente all’interno dell’orario scolastico, e un 14,3% che ne pratica una buona parte (più del 75% delle ore da svolgere). Il 74,6% degli studenti che fanno alternanza completamente al di fuori dell’orario scolastico viene dai licei, dove sono rari i casi di alternanza precedenti alla legge. Al contrario tecnici e professionali costituiscono lo zoccolo duro di chi sa armonizzare i percorsi all’interno dell’orario curricolare: di quel 16,1% infatti il 74,3% proviene proprio da tecnici e professionali.

L’incapacità di organizzare l’alternanza all’interno dell’orario curricolare è un problema su due piani. Da una parte rende visibile come un buon numero di scuole abbiamo visto l’alternanza come un obbligo burocratico da svolgere e che non deve intaccare i programmi didattici. Questo fa si che non si riesca in quell’operazione fondamentale di rinnovo della scuola nell’incentivare il dialogo tra i diversi saperi disciplinari, quella che dovrebbe essere la contestualizzazione delle discipline secondo le linee guida, fondamentale per lo sviluppo di un sapere ricco di spirito critico, cittadinanza attiva e senso di responsabilità.

Fare alternanza fuori orario inoltre dovrebbe spingerci ad una riflessione profonda sulla scansione dei tempi e della routine scolastica che ad oggi diventa sempre più opprimente, arroccata su vecchi schemi. Su questo i dati parlano chiaro, le attività di ASL poste come surplus al tempo già trascorso in classe vengono percepite come problematiche, il 31,2% degli studenti intervistati infatti riscontra di aver fatto più ore di quelle che avrebbe dovuto. Questo valore può essere letto in due direzioni: da una parte sulla percezione, ovvero se c’è una percezione così alta è perché evidentemente l’approccio che la fa sentire come un peso è diffuso; dall’altra l’opinione generale che abbiamo riscontrato  nelle nostre scuole è che l’alternanza andasse sì fatta nel triennio, ma concentrata nei primi due anni per dare spazio ad una maggior preparazione dell’esame di maturità. Ciò farebbe però sì che nel terzo e quarto anno si concentrino quasi tutte le ore, provocando uno squilibrio nei percorsi.

Quest’ultimo dato è confermato se andiamo a vedere le ore svolte per anno. Per semplicità abbiamo differenziato le risposte in 4 scaglioni: fino a 70 ore, tra 70 e 100 ore, tra 100 e 160 e più di 160. Da una prima analisi parrebbe che solo chi fa più di 160 ore sia “a rischio” (in realtà se anche 160 ore si replicassero nei 3 anni si andrebbe ben oltre la soglia dell’obbligatorietà per tecnici e professionali, che non è per forza un male), ma se noi andiamo a prendere la bivariata tra tipologia di scuola e orario emerge che il problema sta decisamente da un’altra parte.

Infatti a svolgere tra le 70 e le 100 ore all’anno sono il 22,2% degli studenti e sono in maggioranza gli studenti dei licei; ciò rende ben chiaro come in quei contesti spesso l’alternanza è praticata soprattutto nei primi due anni del triennio per lasciare il quinto alla maturità e come, con programmi didattici folti e pesanti, è spesso praticata all’esterno dell’orario curricolare.

Alternanza non è occupazione ma occupabilità!

I dati che emergono sul piano dell’occupabilità che l’alternanza genera sono molto interessanti se pensiamo che il 65% dei ragazzi che sono oggi a scuola, infatti, farà un mestiere che non è stato ancora inventato,  l’alternanza infatti dovrebbe aiutare lo studente a sviluppare competenze trasversali utili in futuro a sviluppare in autonomia profili lavorativi in grado di conciliarsi con il periodo storico.

Quello che emerge è che c’è un 53,8% degli studenti che vive nella giusta maniera il percorso di alternanza, come un’esperienza formativa che può anche aprire strade ma assolutamente non condizionante. Questo conferma il fatto che da parte degli studenti ci sia un’idea che spesso non ritroviamo nella discussione politica per cui l’alternanza non debba essere strumento per incentivare l’occupazione bensì l’occupabilità futura. Difatti, se una misura per l’occupazione è finalizzata ad offrire un lavoro a chi è disoccupato, l’intervento per l’occupabilità rivolto agli studenti ha lo scopo di fornire loro gli strumenti necessari ad aumentare le chances occupazionali, aumentando la consapevolezza delle proprie aspirazioni, le loro capacità di orientamento nel mercato del lavoro e le loro competenze trasversali (creatività, problem solving, lavoro di squadra…). Dunque, lo studente deve essere il beneficiario di interventi per l’occupabilità che siano progettati in modo tale da facilitare la sua transizione dal percorso di istruzione al mondo del lavoro. Sono infatti solo il 18,7% gli studenti che danno questa interpretazione e che all’indomani del percorso di alternanza sarebbero disponibili ad una diretta entrata nel mondo del lavoro, questo dimostra la cecità del governo nel costruire misure che provano a distorcere un sistema che ha già le sue complessità e problematicità verso un’idea di alternanza utile a generare occupazione. C’è poi un 27,6% di studenti che eviterebbe completamente di cercare lavoro laddove ha svolto alternanza: più che della fascia più convinta che l’esperienza di alternanza sia solo di passaggio, crediamo si tratti, e gli incroci ci danno ragione, di quel grossomodo 30% di studenti che è fortemente scontento del proprio percorso.